WBC Marzo 2017 – Ecco l’Italia del baseball

ECCO L’ITALIA DEL BASEBALL AL WORLD BASEBALL CLASSIC 2017

Il bellissimo articolo pubblicato da Sportweek, magazine della Gazzetta dello Sport, uscito il 4 marzo 2017, scritto da Mario Salvini.

Il WBC ha l’aria patinata di uno spot, ha un programma un po’ tirato via di fretta, per non rompere troppo le scatole alla preparazione dei club di Mlb, ma anche così è diventato uno dei dieci eventi sportivi più ricchi e importanti del Mondo.

Il che è del tutto logico, visto che in tanti paesi, dal Venezuela alla Sud Corea, da Cuba a tutta l’area dei Caraibi e soprattutto in giganti come Stati Uniti e Giappone, il baseball è lo sport nazionale.

Italia del world baseball classic

Dunque il rito si rinnova, per la quarta edizione. Come sempre con una formula impensabile per qualsiasi altro sport: nel senso che, dopo le qualificazioni a cui hanno partecipato 16 nazionali, questa settimana comincia la fase finale, su quattro gironi in quattro paesi diversi di due continenti (a Tokyo, Seul, Miami e Guadalajara). E come già nelle tre edizioni precedenti ci siamo anche noi, l’Italia sarà nel girone di Guadalajara, in Messico.

Concentramento che la stampa centramericana ha già sobriamente denominato “Grupo de la Muerte”, perché oltre a noi e i messicani ci sono Portorico e il Venezuela.  E quindi gli azzurri dovrebbero essere il classico vaso di coccio. Sarebbe la logica. Se non fosse che anche quattro anni fa le premesse erano grossomodo quelle, e invece i nostri fecero quello che nessuno poteva nemmeno immaginare. Cioè vinsero (6-5) col Messico, ed è per questo, si dice, che i messicani ci hanno voluti in girone a casa loro: per vendicarsi.

E poi, non contenta, l’Italia sconfisse anche il Canada, per manifesta inferiorità per di più, 14-4.

Team Italy players celebrate after beating Canada 14-4 in the eighth inning of a World Baseball Classic game Friday, March 8, 2013, in Phoenix. The game ended due to a run rule after Italy reached a 10-run lead over Canada. (AP Photo/Charlie Riedel)

La gente del baseball vorrebbe saper spiegare agli sportivi italiani l’importanza di quelle due pazzesche vittorie, la loro portata anche culturale. E raccontare che poi l’Italia nel 2013 si arrese solo alla porte delle semifinali: alla Repubblica Dominicana che il WBC lo avrebbe vinto, e a Portorico, all’una e all’altro di un solo punto (4-5 e 3-4). Significa che ragazzi nati qui, a Rimini, Nettuno, Parma, Sanremo, Viterbo giocarono alla pari, o persino meglio di superstar da decine di milioni di dollari all’anno.

Non da soli, questo no. Ed è l’altro grande tema del WBC. Cioè che l’Italia imbottisce la sua rosa di italo-americani professionisti, molti di MLB, qualcuno dalle Minors.

Senza i quali, va detto, non ci sarebbe partita. La cosa ovviamente ha generato polemiche, a volte anche ironie. Ma è altrettanto vero che loro, gli italiani d’America o del Venezuela, se decidono di giocare in azzurro lo fanno con una dedizione da restarci di stucco. E’ così, soprattutto, che si spiega l’exploit del 2013.

Italy's Mike Costanzo makes a catch during a World Baseball Classic baseball game against Mexico, Thursday, March 7, 2013, at Salt River Fields in Scottsdale, Ariz. Italy won 6-5. (AP Photo/Matt York)

Rispetto al 2013 alcuni tra i grandi nomi di quattro anni fa non ci sono più. Due su tutti: Tony Rizzo, che l’anno scorso ha vinto le World Series coi Chicago Cubs. E Jason Grilli, lanciatore di grande esperienza, sempre presente ai precedenti Classic. Marco Mazzieri, il manager dell’esaltante edizione 2013 (e anche del 2009), ora all’ultima manifestazione in azzurro, ha incassato qualche altro no pesante. Ugualmente, scorrendo la lista e soffermandosi ad approfondire, ci si imbatte in storie di personaggi poco o per nulla conosciuti in Italia, eppure notevoli.

C’è Francisco Cervelli, catcher dei Pittsburgh Pirates. Figlio di un immigrato pugliese che a Valencia, in Venezuela, ha messo su una ditta di trasporti, nel 2009 ha vinto le World Series coi New York Yankees. Quest’anno a Pittsburgh guadagna 9 milioni di dollari, un po’ più del doppio di quel che percepisce Buffon alla Juve.

Cervelli italia world baseball classic

L’altro big è Drew Butera, che gioca anche lui catcher, ai Kansas City Royals, coi quali nel 2016 ha vinto le World Series. Ha guidato due lanciatori diversi durante una no-hit, gli è riuscito sia nell’American che nella National League. E se credete che sia una cosa da poco, pensate che in un secolo e mezzo di Mlb ci sono riusciti solo 5 catcher. Anche il papà di Butera ha vinto le World Series, nel 1987, coi Minnesota Twins. Sugli almanacchi c’è scritto Sal Butera, il nome completo è Salvatore.

Ci sono poi un paio di ragazzi che in Mlb ci si sono appena affacciati, e devono avere una gran voglia di mettersi in mostra, già dal Classic. Uno è Rob Segedin. L’anno scorso ha debuttato coi Los Angeles Dodgers il 7 agosto contro Boston, battendo a casa 4 punti. Nessuno, in tutta la storia dei Dodgers, ne aveva prodotti tanti nel giorno dell’esordio. L’altro è Brandon Nimmo. Di lui dicono che è il miglior talento mai nato in Wyoming, da dove, a onor del vero, non è che ne siano saltati fuori tanti. Ma intanto i New York Mets per averlo lo hanno pagato 2,1 milioni, e lui l’anno scorso in MLB ha battuto 274 (più che abbastanza) e in Triplo A (la seconda serie) con Las Vegas 352 (moltissimo).

Colabello Italia del Classic

Tra i lanciatori c’è Pat Venditte: un fenomeno, l’unico al mondo ad esser capace di lanciare sia col braccio destro che col sinistro. L’ha fatto con gli Oakland A’s e coi Seattle Mariners. Per lui la Mlb ha dovuto scrivere una nuova regola: la “Pat Venditte Rule”. Prevede che il lanciatore dichiari con che braccio vuole affrontare ogni battitore. Ovviamente nessun altro lo fa mai, non ce n’è bisogno.

Quattro anni fa, il trascinatore, l’uomo più decisivo di tutti fu Chris Colabello. C’era allora, c’è oggi. In mezzo ha scritto una delle favole più belle di questi anni e un ultimo capitolo cupo. Colabello è cresciuto in Italia, suo padre Lou lanciava a Rimini. Nel 1994 ha vinto lo scudetto della Little League.

Poi è tornato in Massachusetts. Dopo il College ha atteso 7 anni in una Lega semi-pro, poi tra 2014 e 2015 è esploso tra Minnesota Twins e Toronto Blue Jays (anche nei playoff), fino ad aprile scorso, quando fu fermato per doping: 80 gare di squalifica (qui la sua drammatica intervista in quei giorni). Ora è sotto contratto coi Cleveland Indians, la sua collocazione nel 2017 (se in Mlb o nelle Minors) dipende molto (anche) dal Classic.

Che è un po’ la stessa cosa che succede ai due italiani più celebri, a Alex Liddi e a Alessandro Maestri. Il primo  è sanremese ed è il solo italiano ad aver mai giocato in MLB (61 partite tra 2011 e 2013 coi Seattle Mariners), il secondo, riminese, è l’unico aver giocato in NPB, il campionato giapponese che dopo la MLB è il secondo torneo sportivo al mondo per numero di spettatori. Era ai Buffaloes Orix.

Tutti e due hanno fatto una vita da romanzo. Liddi ha giocato in Venezuela, in Messico, anche coi Charros de Jalisco,  la squadra che gioca proprio nello stadio di Guadalajara (e coi Venados de Mazatlan ha vinto la Serie del Caribe, la Champions dei Caraibi), in Repubblica Dominicana. Maestri negli Usa (doppio A dei Cubs) in Australia, in Corea, in Giappone, dove l’anno scorso era in una Lega semi-pro, ai Gunma (periferia di Tokyo) Diamond Pegasus. Alessandro Vaglio e il giovanissimo Sebastiano Poma (doppio figlio d’arte: papà Gianguido gran interbase della nazionale negli anni 80 e 90, mamma Simona Gennari catcher dell’Aran Parma in A-1), altri italiani probabilmente titolari (rispettivamente in seconda base e all’esterno destro) vorrebbero imitarli. Cominciando da Guadalajara. Anzi da prima: dall’amichevole di preparazione –  storica – che l’Italia giocherà martedì 7 marzo a Mesa, in Arizona, contro i Chicago Cubs campioni del Mondo.

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