Marelli Senago

La storia. Marelli, fine del sogno americano: “Una grande esperienza di vita»

13 Marzo 2026

Il 20enne lanciatore di Senago racconta i suoi cinque mesi con i New York Mets. E la parentesi in azzurro.

Marelli Senago

Ha compiuto i suoi primi vent’anni in Florida, in quegli Stati Uniti che, per il suo percorso nel baseball, sono croce e delizia. Matteo Marelli, nato a Roma ma trasferitosi con la famiglia a Senago da piccolo, lo scorso 27 febbraio ha vissuto il giorno del suo compleanno con la maglia della Nazionale impegnata nell’Early Camp di preparazione a Port Charlotte. Gli States sono, notoriamente, la patria del baseball, il sogno di chiunque pratichi questo sport, e Marelli il sogno l’ha accarezzato per cinque mesi da quando, lo scorso luglio, era stato ingaggiato dalla franchigia dei New York Mets per giocare nelle Minor League americane. Lo ha fatto, e pure bene, sino alla doccia fredda, inattesa, piuttosto immotivata, della mancata conferma a inizio 2026. Ora ripartirà da Rovigo, nella A italiana.

La Nazionale, però, lo ha rimesso in pista. Si è potuto allenare con coach come Alessandro Maestri, Allan Baird, persino la leggenda degli Yankees Jorge Posada: “Questi dieci giorni sono stati molto utili – sono le sue parole – anche perché lo staff azzurro è di altissimo livello, ti dà molta sicurezza e ti dà tanta speranza anche per il futuro. Era quello che mi serviva, dopo essere stato rilasciato, e l’Early Camp mi ha dato nuove possibilità per farmi vedere dalle varie franchigie e di rivivere quella vita da professionista che ho fatto per mesi con i Mets”.

È proprio quello che Francisco Cervelli, manager degli azzurri, dice sempre ai suoi ragazzi: non smettere di crederci, perché c’è sempre qualcuno, da qualche parte, che può far svoltare una carriera. Uno scout, anche solo una telecamera. Marelli conferma: “Francisco e lo staff della Nazionale sono persone su cui contare ed è la cosa più importante. Dall’avere tutto a pensare di avere perso tutto quello che avevi da un giorno all’altro, è un po’ difficile riprendere la consapevolezza, la speranza e quel qualcosa dentro di te che ti fa sapere che c’è ancora un domani, che ci sia insomma la possibilità di tornare a giocare come professionista, o comunque farlo ad alto livello. Grazie a loro sto riprendendo fiducia”.

La botta è stata grande, ma il talento c’è. Non si finisce nell’organizzazione dei Mets per caso, e nemmeno in Nazionale. Perseverare, così, diventa necessario per tornare a scalare, gradino dopo gradino: “La vita da professionista è ciò a cui ho sempre ambito. A parte però l’aspetto tecnico, è stata un’esperienza di vita: fare quello che hai sempre voluto fare, e farlo da stipendiato, sereno, in una academy con persone sempre disponibili ad aiutarti, è stato bellissimo. Ho conosciuto giocatori a inizio carriera e altri che giocavano in doppio e triplo A (sono due categorie delle Minors, ndr) che mi hanno lasciato tanto. Con la Nazionale, invece, il tempo passato con il manager e i coach è stato tutto da vivere. Cervelli lo avevo già visto, ma penso a Posada: ha vinto cinque World Series, e trovarmelo a darmi consigli dietro al bullpen, in certi momenti, mi ha dato la pelle d’oca”.