Alex Liddi

Dalla Liguria alla Major League, ha aperto una strada per gli italiani “Ora mi riprendo il tempo con la famiglia». Alex Liddi, la solitudine del numero primo

17 Marzo 2026

Il bello di essere i primi a fare qualcosa, è che nessuno ti potrà togliere quel record.

Alex Liddi

Il bello di essere i primi a fare qualcosa, è che nessuno ti potrà togliere quel record. Alex Liddi ha annunciato il ritiro un anno fa, nella storia del baseball italiano, è “il” primo per eccellenza, essendo stato il primo atleta nato e cresciuto in Italia a giocare nella Grande Lega, ormai 15 anni fa, il 7 settembre 2011, con i Seattle Mariners. Con Alessandro Maestri è stato l’emblema di un’Italia del baseball che ha tracciato una strada, quella stessa che ha ispirato ragazzi che, come Samuel Aldegheri, possono vivere il sogno del baseball negli Stati Uniti.

E proprio negli Stati Uniti Liddi vive e, nelle scorse settimane, è stato ospite della Nazionale all’Early Camp di Port Charlotte, dove ha ritrovato diversi amici, a partire proprio da Maestri, oggi pitching coach azzurro.

Liddi, cos’ha fatto in quest’ultimo anno?

“Un sacco di cose. Prima fra tutte: il papà. Sembra una cosa scontata, ma dopo tanti anni a giocare, sempre in giro e fuori casa, anche solo portare le mie figlie a scuola e andarle a prendere è una cosa per me bellissima. Poi ho iniziato a fare vendite: ho venduto cucine per qualche mese per imparare cose nuove, e ora c’è il progetto che abbiamo fondato mia moglie ed io a Fort Lauderdale, Calma Wellness Lounge”

Le manca il baseball?

“Dico la verità: quello giocato no. Ciò che mi manca è l’atmosfera con i compagni, le amicizie che si erano create: essere qui con la Nazionale mi ha permesso di rivedere alcune persone a cui voglio bene. Però io quello che dovevo fare, l’ho fatto: ora tocca ad altri ed è giusto così”.

Temeva lo stacco del ritiro?

“Sì. Per molti giocatori è un momento difficile, io un po’ di fatica l’ho fatta. Per anni sei abituato a una routine, viaggi solo per allenarti e giocare, sei focalizzato su quello e pensi che si sia solo lo sport attorno a te e poi, da un giorno all’altro, di quella routine non c’è più nulla e ti senti spaesato. Però sono contento che non mi manchi”.

Cosa le sta insegnando il post-carriera?

“Che nel mondo ci sono tante altre cose da fare. Ne parlavo recentemente con mia madre; c’è sempre qualcosa di nuovo da potersi inventare, un nuovo lavoro da svolgere, tanti aspetti diversi che non conoscevo, o almeno non così”.

E in famiglia com’è stato il cambiamento?

“Ho due figlie di 11 anni e 6 anni. La più piccola non ha vissuto la carriera del papà, non è troppo abituata a vedermi viaggiare o stare lontano per molto tempo, la più grande sì e chiedeva spesso a mia moglie quando sarei tornato. Sono entrambe contente che sia più spesso a casa, e lo sono anche io”.

La grande però conosce la storia sportiva del papà.

“Sì, e faceva vedere i miei video agli amici, era una cosa di cui parlare. Ora è contenta che stia di più in famiglia, eppure la prima cosa che mi ha chiesto è stata: ma perché smetti? Cosa faccio vedere ai miei amici?”

Cosa va sottolineato dell’esperienza sportiva negli Stati Uniti?

“La grande professionalità con la quale viene trattato tutto lo sport. Strutture tenute perfettamente, organizzazioni attente a ogni dettaglio, programmi precisi. Giocare e vedere sport qui è un’esperienza piacevole”.

Un highlight tra i tanti della sua carriera?

“Giocare il Classic con l’Italia”.

Ne ha fatti tre.

“Il primo, nel 2009, è stato quello che mi ha dato la fiducia in me stesso e mi ha fatto capire che ero all’altezza di giocare ad alti livelli. Ero molto giovane, venivo da due anni nelle Minors e quel torneo a Toronto mi ha dato la spinta per poi esplodere. Quello del 2013 fu unico perché passammo il turno, avevamo un gruppo bellissimo, e anche nel 2017 facemmo un bel lavoro”.

Da uno che ha giocato in Major, sembra strano sentire che il momento migliore è stato con la Nazionale.

“Non per me. La Nazionale è sempre stata la mia cosa preferita: ritrovarsi a giocare a certi livelli con amici con cui giocavi da piccolo o che conosci da anni non ha prezzo”.

Cosa pensa di questa Nazionale?

“Ha un manager, Francisco Cervelli, che ha riportato la cultura che mancava dai tempi di Mazzieri: è un grande motivatore, e come Marco era bravo a tirar fuori il meglio da tutti. Non è cosa da tutti, e secondo me è la chiave per ottenere i successi”.

Ha citato Mazzieri. Oggi è presidente federale.

“Rivedo in Cervelli qualcosa di lui. E lui, lo dico sempre, è stato il mio papà nel baseball”.